Valeria Pierini

Per rompere il ghiaccio, ci piacerebbe sapere, come mai hai scelto queste due opere per rappresentarti e parlarci di te?

– Untitled #6 dalla serie Northern Sea

– Vulcano_immaginario #5 dalla serie “Il libro degli eventi”

‘Untitled #6’ fa parte di una serie a cui sono molto legata sotto più punti di vista: la considero la summa della mia esperienza con l’Irlanda del Nord a seguito di una mia residenza di un mese, nel 2019; è un progetto dove ho iniziato a mischiare diversi medium, lavorando con la docu – fiction; è stato un progetto molto fortunato che ha vinto dei premi ed è stato pubblicato in contesti importanti.

Purtroppo negli ultimi due anni si è tutto un po’ rallentato ma finalmente la collocazione che gli stavo dando vedrà la luce in primavera: diventerà un libro.

‘Vulcano/imprevisto tecnologico #5’, invece, fa parte del mio libro uscito a settembre 2021, a cura di Virginia Glorioso: la pandemia ha bloccato un progetto di residenza sull’Etna e con Virginia, abbiamo deciso di lavorare da remoto e il libro è una summa dei miei studi che partono dall’Etna e si estendono anche ad altri vulcani. Lo considero un meta-libro perché in ogni capitolo affronto la relativa tematica con una tecnica artistica differente e ne rendo nota attraverso la scrittura che introduce non solo i capitoli ma spiega anche il processo creativo adottato in ognuno di essi. In sostanza abbiamo pubblicato il mio diario d’artista compilato, per lo più, durante l’interminabile zona arancione di anno scorso.

Ho scelto quindi queste due opere perché rappresentano l’inizio e la fine di questi due anni: il lavoro si è interrotto mentre ‘Northern sea’ andava alla grande e ‘il libro degli eventi’ è l’apoteosi di questo periodo pandemico.

Siamo rimasti molto colpiti dalla sezione “Special Projects” sul tuo sito e, tra le altre cose, abbiamo notato che specialmente nei progetti più recenti (2018 – 2020) emerge un forte richiamo alla tua terra natia, l’Umbria.

Ti volevamo quindi chiedere di parlarci un po’ di questa scelta: Quanto è importante per te il rapporto con la tua terra?

● Il mio rapporto con la mia terra nasce più come immanenza che da una specifica volontà, anzi, questa osservazione del legame con la mia terra ho iniziato a farla a ritroso, dopo qualche buon anno di carriera, è anche una questione che altri sollevano spesso riguardo al mio lavoro. Nei progetti dichiaratamente dedicati al mio territorio c’è un desiderio, una volontà progettuale, spesso portata avanti a fatica e in autonomia, condivisa anche con altre realtà umbre (‘Io tra di voi’, ‘Topografia di una storia’, ‘Who am I’, ‘Per Umbriam ad Astra’, ‘Slow’). Queste opere penso che nascano, molto semplicemente, dal fatto che per un artista è molto facile lavorare con ciò che hai a disposizione, quindi anche con la propria terra.

Per quanto riguarda il legame socio-culturale con la mia terra di provenienza, onestamente ho sempre pensato che ad un artista possono presentarsi tre scenari possibili (in linea di massima): ‘essere profeta in patria e sconosciuto al di fuori’ (e quindi l’artista è frutto di un grande provincialismo); ‘non essere profeta in patria’; ‘essere importante in patria solo dopo aver fatto un periodo di ‘esilio’ altrove’. Io appartengo alla seconda categoria, tuttavia, ho sempre cercato di lavorare con entusiasmo e tutt’ora lavoro con il massimo spirito di condivisione, credo fortemente che l’arte vada portata tra le persone divulgandola, creando occasioni di incontro col pubblico e che non di certo vada ‘fatta subire’ (del tipo ‘io sono artista e voi non siete un cavolo’), tuttavia l’Umbria è una terra che non ti regala niente, almeno a me. Ho sempre percepito e vissuto questa terra come un osservatore esterno, con un piede qui e la testa in un altrove – sicuramente più ideale che reale – anche perché le mie origini non sono interamente umbre, e penso che questo mi abbia aiutato a non essere irretita dal provincialismo e a far tesoro delle buone occasioni e a fare di necessità virtù nei vari contesti.

E forse è anche per questo che sono riuscita a concepire le opere che ho realizzato. In questo senso il legame con questa terra lo ritengo fortunato. Un artista ha bisogno di provare degli attriti (a prescindere dalla tipologia): negli agi la creatività è spesso viziata.

per umbriam ad astra

Nella foto che ci hai inviato “untitled #6” dalla serie Northern Sea, come in altri progetti presenti nel tuo portfolio (Almost e PAN) inviti lo spettatore ad immergersi in luoghi e paesaggi sospesi e distanti, senza una collocazione geografica ben precisa.

Che cosa cerchi e che cosa è importante catturare nelle tue foto per rappresentare veramente un luogo?

● ‘Rappresentare veramente’ non è qualcosa che fa parte del mio vocabolario (ride), preferisco rappresentare ‘idealmente’. Preferisco lavorare di immaginario, è la mia versione quella che pongo agli altri.

Per me il paesaggio-landscape è piuttosto mindscape.

Attraverso la fotografia e il suo linguaggio, piegati alla mia immaginazione, creo delle ipotesi di paesaggio, vere e false insieme.

Il mindscape, per me, è cercare di proporre delle possibilità, anche molto laterali, che poi è ciò che fanno le storie. Alla base c’è sempre l’immaginazione sfogata attraverso un’operazione narrativa. E’ una sorta di mappatura dell’immaginario e senza un’operazione narrativa, anche se concettuale, è impossibile.

Un’altra peculiarità che ci ha colpito sono i frequenti richiami all’iconografia religiosa.

Li troviamo in un paio di opere del progetto SLOW, e anche nella foto che hai scelto di condividere con noi “Vulcano_immaginario #5” tratto dalla serie “Il libro degli eventi”

Che cosa ti affascina di questo mondo?

Cosa ne pensi di questo rapporto religione-tradizione che spesso emerge nella fotografia, come in altre forme di arte quando si vuole documentare il Bel paese? 

● Ho da sempre una sorta di feticcio per l’iconografia religiosa (ex-voto, madonne, santini)…

In ‘Slow’ è accaduto che mi trovassi in questa bellissima chiesa di Paciano e ho colto la palla al balzo, anche se il progetto non ha una vocazione religiosa.

Ne ‘Il libro degli eventi’ affronto queste tematiche in più di un capitolo: in ‘Vulcano/immaginario’ le foto che ho realizzato sono la mia interpretazione di alcuni still da video che raffigurano paesi sommersi dalle eruzioni. Ma le tematiche spirituali, religiose e mitologiche le affronto più che altro nei capitoli: ‘Vulcano/miti e leggende’ e ‘Vulcano/appunti sulla Grande Madre’:

Sono capitoli dove ho lavorato sulla mitologia e i culti legati all’Etna e al Mediterraneo. Da quando ho iniziato a fotografare in modo serio, le tematiche mitologiche, del simbolismo, degli archetipi, sono state da subito una fonte inesauribile di curiosità che tutt’ora non cessa. Penso che questi temi sono le matrici dello storytelling, sono indissolubilmente legati alle vicende umane. Studiare i simboli, comparare le religioni è percorrere la storia della conoscenza umana e anche delle sue vicende. Sono un tema inesauribile.

Non mi interessano i lavori che parlano del Bel Paese mostrandomi santini o processioni o simili, il già visto, insomma, fermandosi alla superficie dello stereotipo della religiosità.

Penso che affrontare queste narrazioni, in modo ormai già praticato e a tratti ingenuo, fermandosi al ‘paese di santi eroi etc etc’, sia praticare una sorta di ‘colonialismo fotografico’, cioè un modo di fermarsi all’apparenza delle cose, di lavorare per cliché visivi, replicare qualcosa già fatto e che quindi è già digerito, pertanto è compreso, e funziona anche tanto: perché si è pubblicati e magari si fa carriera ma che poi poco apporta se non c’è una solida ricerca dietro, se non c’è la volontà di oltrepassare le apparenze o le immanenze. Questo è un vizio di molta arte e molta fotografia. Replicare la zona di comfort per andare sul sicuro.

La fotografia è un grande strumento antropologico, funziona quando ci dice qualcosa di nuovo o di inatteso, quando l’autore trova il suo modo di affrontare un tema, anche se già dibattuto.

Penso che questi modi di affrontare la religiosità siano anche dovuti alla misera condizione cognitiva in cui ci troviamo: non distinguiamo la spiritualità dalla religione e quindi i nostri ragionamenti non possono andare lontano, nemmeno le nostre foto.

Alcuni degli ultimi tuoi progetto sono stati realizzati duranti il lockdown. Ti andrebbe di raccontarci se e quanto questa situazione ha influito sulla tua arte?

Quali riflessioni ti ha scaturito e quali tematiche ha fatto emergere?

● Di ‘PAN – uno studio sull’isolamento’ esiste un ebook realizzato con alcune mie classi durante il primo lockdown. Loro mi hanno scritto la loro esperienza con l’isolamento, io ho preso la tangente e lavorando su paesaggi che mi affascinano li ho manipolati, togliendo ogni certezza di geolocalizzazione: pensi di vedere il deserto di sale in Bolivia o nello Utha? E invece no. In molti mi hanno chiesto dove avessi scattato le foto – perché si suppone sempre, anche ora nel 2022, che per ottenere una fotografia bisogna essere andati nel luogo che raffigura – e io rispondo: ‘nella mia mente’ (ride).

Ho cercato di smarcarmi da quello che è diventato un topic ricorrente in pandemia, come non mai: le città vuote. Allora io ho lavorato con l’isolamento che mi piace, con la poesia degli spazi che mi intrigano, contrapponendola agli scritti dei miei studenti che, seppure autobiografici, sono l’unico appiglio alla cronaca.

Spaesamento, silenzio, inatteso, immaginario, sono le parole che riassumono il mio lavoro con il paesaggio, sia in queste opere che in altre.

‘PAN’, in un certo senso, è stato un apripista per ‘Il libro degli eventi’ perché ha tolto ogni possibile resistenza al lavorare da remoto. Questa è la cosa bella che è successa a me grazie al lockdown che per il mio percorso si è tradotta nel divenire totalmente smaliziata verso l’uso della fotografia: ormai, quando non mi basta, semplicemente vado oltre e uso altri mezzi, pur lavorando da sempre anche con la scrittura.

Parlaci un po’ di Incontri di Fotografia, da cosa nasce il progetto e quale missione si pone?

Incontri di fotografia ‘nasce’ nel 2017. Insegnavo già da molti anni ma facevo, aimè, fatica a promuovere il mio lavoro affidandomi solo alle realtà con cui lavoravo o con i miei social personali.

Quindi ho cercato di dare un contenitore di senso, calendarizzando le attività, ed è finito per diventare, anche in questo caso, uno strumento progettuale di condivisione e divulgazione: ok insegnare fotografia ma bisogna lavorare con le persone, andarci in mezzo, usare anche altre tipologie di eventi. Quindi, seguendo quelle che sono state le mie contingenze e quelle che sono le cose che mi interessano anche come artista, abbiamo realizzato dei talk con artisti di vario genere (ne è nato un ebook, che raccoglie le interviste), abbiamo ospitato delle residenze di fotografia, abbiamo realizzato mostre e pubblicazioni, e adesso, con Opera Aperta, idf si sta occupando anche di collezionismo dal basso.

La mission, quindi, è divulgare la fotografia in modo etico e producendo economie circolari. Dico sempre che idf è di chi la vive, la attraversa, che sia un collega o un corsista, vorrei che diventi oliata e funzioni da sola, anche perché io sono coadiuvata, di volta in volta, da chi partecipa ai vari progetti ma di fatto la porto avanti da sola ed esattamente come il lavoro artistico, va fatto 365 giorni l’anno e serve una buona dose di disciplina per non farsi travolgere.

Insegnando fotografia in prima persona, pensi che sarebbe importante l’inserimento di una materia di studio come la fotografia nelle scuole medie e superiori?

Se si, quale percorso sarebbe formativo per uno studente, lo studiare la tecnica fotografica o la storia della fotografia e utilizzarla come finestra di reportage sul mondo e sulla storia?

‘Conosciamo per immagini e pensiamo per storie’, questa frase la disse a lezione il mio relatore tanti anni fa, quando ancora non fotografavo. Mi è entrata dentro, diventando un cardine della mia fotografia e il titolo della mia tesi di laurea. Quindi direi che, già lo avevamo, ma ora più che mai, abbiamo il dovere di alfabetizzare alle immagini. Non tanto alla loro produzione ma al loro uso e consumo, perché grazie soprattutto a Internet e ai Social, non ne siamo solo sommersi, ma le subiamo, le immagini. Secondo il mio parere, visti anche i mezzi tecnologici di cui disponiamo, la cosa più importante sarebbe insegnare a capire le immagini proprio perché raramente sono univoche, ancora più che le parole. Andrebbe insegnata la storia della fotografia e gli usi disparati che ne stiamo facendo contestualmente alla produzione ragionata delle fotografie. Non perché dobbiamo essere per forza tutti autori ma perché tutti subiamo usiamo e produciamo immagini, esattamente come i testi scritti.

A ragione di ciò ci sono due punti, il primo è che la fotografia ci ha permesso di avanzare tantissimo alla scoperta e conoscenza di noi stessi come genere umano, diventando il medium principale per documentare la storia, le scoperte, e le più piccole cavolate che facciamo; il secondo è perché facciamo tutti del misero storytelling coi Social ma non lo sappiamo. Che società pensiamo di essere se non capiamo un testo e siamo abusati dalle immagini? Una società di schiavi, in pratica.

Fotografia e società. Può la fotografia influenzare le masse?

Se si, quanto è importante per un fotografo essere consapevole del potere comunicativo delle proprie opere e dell’effetto che potrebbero avere sulla popolazione?

● Alla luce di quanto detto sopra direi di si (ride). Dalla foto da morto di Luigi Capuana, al soldato di Capa, all’ultima foto di John Lennon (queste sono tutte immagini d’autore), fino ad Abu Graib e le esecuzioni dei terroristi (queste sono immagini non autoriali), le immagini hanno sempre creato spartiacque, dibattiti, tutt’ora le usiamo come strumento di propaganda e di terrorismo; siamo talmente abituati che ormai le immagini dell’orrido non ci fanno più alcun effetto. E’ alla luce di questo che bisogna divulgare l’uso consapevole dalla fotografia, anzitutto come fruitori. Certo da fotografi, quindi da produttori di fotografie, diventa ancora più fondamentale perché potenzialmente si ha un grande potere. Ecco perché nella risposta alla domanda 4 prendo una posizione contro il ‘colonialismo dei cliché fotografici’ perché più le fotografie parlano di ciò che già si sa e meno sono di aiuto: a chi le produce e a chi le fruisce, creano quasi un inquinamento di senso, di fotografie, un surplus che diventa stagnante, se non ci fa evolvere. La creatività ha lo scopo di rendere la vita più bella ma non attraverso la decorazione, attraverso l’arricchimento dello spirito delle persone.

Sicuramente questi cliché fanno bene all’ego di chi li produce perché lavorando sul consono riceve qualcosa in cambio.

Qui si aprirebbe anche un grande dibattito sul collezionismo e il mercato o meglio, sull’importanza di aprire nuovi canali, anche più etici.

SLOW_cannara

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